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Le donne dell’antica Grecia e l’agonismo

Sabato 6 maggio Eredibibliotecadonne ha offerto ad amiche ed amici l’opportunità di assistere ad una  appassionata conferenza  di Lorenza Marchese sulle origini dell’agonismo nella nostra civiltà estratta dall’ampia ricerca che da anni porta avanti avvalendosi di fonti iconografiche, archeologiche e storiche. Lorenza ha già presentato il suo lavoro in varie occasione, ma questa volta su nostra richiesta ha posto particolare attenzione al ruolo delle donne e delle fanciulle nei Giochi dell’Antica Grecia; il pubblico ha molto apprezzato e allora le abbiamo chiesto di mettere per iscritto quella parte del suo intervento per far dono alle nostre lettrici e lettori dell’interessante ed inconsueto contributo (ndr).

di Lorenza Marchese

E’ innegabile il fatto che la partecipazione femminile a gare agonistiche nell’antica Grecia sia da collegare a riti di passaggio dalla condizione giovanile alla condizione di sposa e di madre.

Le gare erano un’occasione per dimostrare la propria forza fisica in vista dei ruoli a loro attribuiti nell’ambito delle nozze. Tutte le testimonianze giunte sino a noi mettono in evidenza questo aspetto. Gli Autori che hanno lasciato testimonianze precise sulla preparazione atletica delle fanciulle e sulle Gare a loro riservate sono Pausania Il Periegeta (110-180 d.C) nella sua Descrizione della Grecia, Senofonte ( Atene 430 –Corinto 335 a.C) nella Costituzione degli Spartani e Plutarco (Cheronea 46 d.C.-Delfi 125 d.C.) nella Vita di Licurgo, il legislatore dell’ordinamento politico e dei costumi sociali dei Lacedemoni.

Tutti gli agoni femminili erano riservati alle vergini. I Giochi nel Santuario di Olimpia, iniziati nel 776 a.C, erano vietati alle donne. Le donne sposate non potevano neppure assistere ai Giochi, pena la morte. Pausania, che dedica due dei suoi dieci libri alla descrizione del santuario di Olimpia, alle gare che si svolgevano e agli atleti vincitori, ne parla nel Libro V-6-7: ”Lungo la strada che porta ad Olimpia c’è un monte che ha nome Tipeo e da esso è legge per gli Elei precipitare le donne, qualora si scopra che esse siano andate alle gare di Olimpia […] ma nessuna donna essi dicono fu mai colta in fragrante, se non la sola Callipateira”. Callipateira è l’unica donna allenatrice della storia dei Giochi: rimasta vedova, allena nel pugilato il figlio Pisidoro e lo accompagna in Olimpia. Pisidoro vince e la madre, entusiasta e felice, scavalca il recinto riservato agli allenatori per andare incontro al figlio. Nel far questo dice Pausania “restò denudata”; Callipateira viene perdonata in quanto  figlia del mitico pugile Diagora di Rodi e sorella di olimpionici nel pugilato e nel pancrazio. Da allora gli Elei, organizzatori dei Giochi Olimpici, fecero una legge che imponeva agli allenatori di entrare nudi nel campo di gara.

Le donne potevano partecipare  alle gare equestri ma soltanto in qualità di proprietarie dei cavalli e dei carri. L’auriga, che rischiava la vita, riceveva in premio soltanto una benda di lana bianca, la corona di olivo veniva assegnata alla proprietaria. La prima Olimpionica è stata Kynisca, figlia del re di Sparta Archidamo II, che per ben due volte vince la corsa delle quadrighe.

In Olimpia, le vergini potevano però partecipare agli Heraia, Giochi in onore di Hera. Pausania è l’unica fonte di questi Giochi ad organizzazione tutta femminile, ne parla diffusamente nel cap. XVI del libro V. Il tempio dedicato alla moglie di Zeus, posto nel recinto sacro di Olimpia, era antichissimo, in stile dorico “tutto quanto circondato da colonne”, inizialmente costruito in legno. Ogni quattro anni Sedici Donne sposate, tessevano un prezioso peplo per Hera. La tessitura avveniva in un edificio posto nell’Agorà di Elis, che la Città aveva costruito appositamente per loro.

L’ulteriore compito delle Sedici Donne, coadiuvate da assistenti donne sposate, era quello di organizzare gare di corsa per le vergini. Dice Pausania:”queste non sono tutte della stessa età, le prime a gareggiare sono le più giovani, dopo di queste gareggiano quelle di età maggiore e per ultime le vergini più anziane”. Le gare si svolgevano nello stadio di Olimpia, nello stesso anno dei Giochi maschili, ma non si sa con certezza se alle gare potevano assistere i ragazzi. Mentre per i maschi la corsa veloce, detta stadion, si svolgeva su una lunghezza di circa 192,30 metri, per le ragazze il percorso veniva ridotto di un sesto, forse per un riguardo alla loro presunta mancanza di resistenza.

La tenuta per la corsa era ”capelli sciolti, il chitone un poco sopra il ginocchio, la spalla destra nuda sino al petto”. La statua dello scultore Pasiteles, I sec. a.C, conservata nei Musei Vaticani, rappresenta una fanciulla vincitrice abbigliata secondo la descrizione di Pausania.

I premi che ricevevano le vincitrici erano: una corona di olivo ( lo stesso premio dato ai maschi), “una porzione della giovenca sacrificata a Hera, nonché il privilegio di farsi fare dei ritratti e di dedicarli”. Anche i maschi avevano il diritto di offrire a Zeus statue di cui Pausania parla diffusamente soprattutto nel VI libro, ma nella sua minuziosa descrizione del santuario di Olimpia  e dei capolavori conservati nel tempio di Hera non fa cenno a statue di vincitrici negli Heraia.

E’ però importante ciò che Pausania vede nella città di Patre in Acaia: ”Io vidi a Patre nel Peloponneso tra i ruderi degli antichi edifici, su un capitello di colonna, questa scritta: <Io Nicofilo di Nicegora, alla mia dolcissima sorella, che vinse correndo la gara delle vergini, qui dedicai l’immagine in marmo pario>”. Non si conosce il nome della giovane vittoriosa ma la notizia conferma il fatto che le fanciulle potevano essere ricordate con statue. Il fatto che la città di Patre non era nell’Elide, fa supporre la partecipazione non solo locale ai Giochi Erei. Per ritratto si poteva intendere anche una formella in terracotta o in legno con la dedica della fanciulla. Sulle colonne del tempio di Hera sono stati trovati fori per ospitare tasselli in legno a sostegno delle dediche delle vincitrici.

Come i Giochi Olimpici, gli Heraia hanno un’origine legata al mito e una legata alla storia: secondo il mito “Ippodamia, la figlia di Enomao re di Pisa, volendo ringraziare Hera per il suo matrimonio con Pelope, costituisce il comitato delle Sedici Donne e con esse organizzò per la prima volta gli Erei.”. La prima vincitrice fu Clori, la sola figlia superstite di Niobe, sorella di Pelope.

La versione storica è la seguente: sedici donne, una per ognuna delle sedici città dell’Elide, scelte tra le più anziane e meritevoli“per dignità e fama”, vengono incaricate di porre fine alle controversie tra la città di Elis e di Pisa. Per la loro intelligente capacità di mediazione le sedici donne ricevono il compito dell’organizzazione dei Giochi e di tessere il peplo per Hera. Questa versione fa supporre che gli Heraia, secondo alcune fonti antecedenti al 776 a.C., siano stati riorganizzati intorno al 580 a.C. Ma le Sedici Donne celebravano anche due cori in onore di Ippodamia e di Fiscoa, donna mortale che aveva avuto un figlio da Dioniso, Narkaios, eroe che combattendo con le popolazioni vicine aveva esteso il territorio dell’Elide. I cori e le danze erano quindi dedicati ad una sposa, Ippodamia, e a una madre, Fiskoa, due donne mortali elevate allo stato di eroine grazie al pieno adempimento della loro condizione femminile.

L’abbigliamento delle vergini in corsa potrebbe essere dettato da esigenze di praticità, ma potrebbe ricordare l’abbigliamento discinto delle Pretidi, figlie in età di marito di Preto di Argo, che dopo aver insultato Dioniso ed essersi ubriacate, impazziscono; abbandonano la casa del padre e seminude, vagano attraverso i boschi urlando e muggendo come giovenche. Le fanciulle rinsaviscono soltanto dopo l’intervento di Artemide invocata dal padre per la guarigione delle figlie dal delirio che le perseguita, tornano nella casa paterna e si sposano. I Giochi Erei sono quindi un rito di passaggio dalla condizione puerile a quella di moglie e di madre, condizione che mette ordine nella vita delle fanciulle.

Un’altra corsa rituale, passaggio dall’età puerile a quella adulta, si svolgeva nel santuario sulla costa orientale dell’Attica dedicato ad  Artemide Brauronia, protettrice delle donne in gravidanza: le fanciulle si cimentavano in gare di corsa attorno all’altare di Artemide, imitando i gesti dell’orsa, madre affettuosa, simbolo della forza e del coraggio, animale sacro alla dea. Le ragazze in corsa erano chiamate orsette.

Anche a Sparta si tenevano gare di corsa femminili, istituite da undici donne dette Dionisiadi, nell’ambito del culto di Dioniso, di cui Pausania parla nel libro III-13. Analogamente ai Giochi Erei, due donne chiamate Leucippidi, con riferimento alle mitiche figlie di Leucippo rapite da Castore e Polluce, tessevano ogni anno una tunica per Apollo Karneios, il cui culto era molto sentito a Sparta,  che veniva onorato con gare iniziatiche per i ragazzi. La preparazione atletica delle fanciulle spartane era organizzata e favorita soprattutto in funzione del parto. Senofonte ne parla:    ” gli altri Greci vogliono che le ragazze filino senza muoversi, ma come si può pensare che ragazze educate a questa maniera diano alla luce qualcosa di grande? […] Licurgo invece dispose che il sesso femminile si dedicasse agli esercizi fisici esattamente come quello maschile”. La critica verso l’educazione delle fanciulle ateniesi è evidente. Plutarco ne parla diffusamente: le fanciulle si esercitavano in palestra insieme ai ragazzi nella corsa, nella lotta, nel lancio del disco e del giavellotto “affinchè il seme maschile si sviluppasse meglio in esse e affinchè loro stesse fossero pronte ad affrontare il parto con vigore e capacità di resistenza alla fatica e al dolore”. La ginnastica delle spartane aveva quindi una funzione “politica” di rafforzamento della razza e le gare che avvenivano sicuramente alla presenza dei maschi, avevano come per gli Heraia di Olimpia una funzione di passaggio alla condizione di futura sposa e madre.

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6 commenti su “Le donne dell’antica Grecia e l’agonismo

  1. Luciana Bertorelli
    12 Maggio 2017

    Grazie mille per la partecipazione di questo approfondimento molto interessante ! Mi è dispiaciuto non essere presente, ma è un periodo che escono continuamente impegni familiari improvvisi a cui non​ posso sottrarmi… Alla prossima! Un abbraccio affettuoso e buona giornata Luciana

    Piace a 1 persona

  2. Eco-formazione
    12 Maggio 2017

    Brava Lorenza! Un lavoro molto documentato e approfondito. Peccato che non ho potuto essere presente. Un abbraccio
    Ivana

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  3. eredibibliotecadonne
    14 Maggio 2017

    Davvero un peccato perché Lorenza ha detto molte cose in più rispetto all’articolo, che le abbiamo chiesto di focalizzare sulle atlete. Grazie, a presto. Betti B.

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  4. Elisa Traverso Lacchini
    15 Maggio 2017

    Ho letto con grande piacere il testo che trovo bellissimo e che rivela la grande cultura di Lorenza . Bravissima! mi dispiace non aver potuto presenziare. Complimenti e abbracci . Elisa

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  5. Pingback: Donne e Olimpiadi: dalla pena di morte alle gare miste | Roba da Donne

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Questa voce è stata pubblicata il 12 Maggio 2017 da in donne con tag , , , .
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